Molte persone, soprattutto coloro che iniziano per la prima volta a gestire i paramentri dell'acqua della loro piscina, vengono assaliti dall'ansia e inziano a "giocare" con i prodotti chimici per aumentare o diminuire questo o quel parametro, nella speranza di risolvere rapidamente e rispettare le regole della buona manutenzione.
La maggior parte, in brevissimo tempo, si scoraggia e butta via metri cubi di acqua per ricominicare dall'inizio.
Tutti facciamo fatica a leggere le istruzioni prima di cominciare ad utilizzare qualunque prodotto o attrezzo che abbiamo appena comprato. Oggi però si è aggiunto un ulteriore problema che all'apparenza sembra la soluzione: se ci troviamo in difficoltà la prima cosa che facciamo è scrivere la nostra domanda su un social con la certezza che qualcuno ci darà la risposta che più ci piace e che risolverà ogni problema.
La brutta notizia è che nulla funziona con questo criterio, dobbiamo abituarci all'idea che per avere successo in qualsiasi cosa occorre applicarsi, fare fatica ed evitare di seguire scorciatoie.
In alcuni ambiti è forse più semplice, abbiamo la percezione dell'importanza e della gravità di alcuni argomenti, ma nel mondo della piscina, purtroppo, oggi la fa da padrone la superficialità e la banalizzazione, con il risultato che la maggior parte delle persone si scoraggia oppure mette a rischio la propria salute e quella dei propri cari.
La gestione della piscina (come ogni cosa) ha delle regole conosciute che si basano sulla ricerca scientifica e su dati certi, mai su opinioni o peggio ancora "ho sempre fatto così e non è mai successo nulla".
Quindi è difficile? No, se si ha pazienza, voglia di imparare e si dedica un minimo di tempo ad approfondire. Per chi vuole fare da solo, è necessario studiare e imparare, è completamente inutile sperare che i social ci forniscano risposte, sarebbe più saggio (e forse più attendibile) lanciare i dadi e fidarsi del risultato.
La prima cosa da evitare è farsi prendere dal panico e pretendere di risolvere ogni cosa in modo impulsivo!
Qualunque aggiunta di prodotto chimico ha bisogno di tempo per reagire in acqua e quindi va evitato di aggiungere questo o quel prodotto per alzare o abbassare un valore come se fosse un calcolo matematico da risolvere.
Mi spiego meglio: se stiamo abbassando il valore del pH, è inutile che ogni ora ripetiamo l'analisi e aggiungiamo altro prodotto perchè il valore non è quello voluto. Occorre tempo, tra una aggiunta e l'altra occorre attendere almeno 24 ore e lasciare l'impianto di filtrazione continuamente acceso.
I prodotti chimici sono pericolosi!
Molto spesso vedo sottovalutazione dei rischi, uso di qualunque prodotto con dosi a caso senza percepire il rischio che questo atteggiamento comporta. Persone che maneggiano a mani nude i pastigliori di cloro (o multiazione, non cambia nulla). Peggio: ho visto chi li fa dosare da bambini.
Perchè? Semplice: il fatto di poter comprare tutto senza difficoltà nei centri commerciali o su internet non accende la lampadina del rischio dentro il nostro cervello!
Eppure sono davvero tanti gli incidenti causati dall'uso inconsapevole dei prodotti chimici. Si va dalla banale irritazione alla pelle o alle mucose del naso, ma si arriva facilmente anche alla necessità di doversi recare in un pronto soccorso e rischiare lesioni gravi.
Senza fare terrorismo, vi assicuro che anche i manutentori più esperti, spesso, incorrono in situazioni spiacevoli, perchè oltre alla sottovalutazione è anche l'abitudine a creare rischi.
Quindi che si fa? Bisogna chiamare un chimico per sistemare la piscina?
No, è sufficiente usare il buon senso e leggere, studiare e applicare le regole che sono SEMPRE descritte sulle confezioni dei prodotti chimici. Può sembrare banale, ma ne vale della vostra salute e quella dei vostri cari. Oltre che a essere sicuri di godersi in serenità la piscina.
Allo stesso modo vanno sempre rispettati i dosaggi, mai eccedere e mai diminuire. I quantitativi da inserire in acqua sono legati al volume della piscina, ai metri cubi di acqua che la vostra piscina contiene.
Ho scritto e aggiornato una guida, per aiutare chi ha voglia di applicarsi, ma occorre fare la fatica di leggerla!
Quali sono le principali regole da seguire?
Buon bagno!
Lo so, è una delle domande più frequenti fra tutte quelle persone che si trovano in difficoltà nella gestione dell'acqua della piscina.
Spesso spaventa l'idea di fare le analisi dell'acqua, dosare dei prodotti chimici e magari anche più di uno con l'ansia di aver interpretato in modo corretto le analisi, aver fatto i calcoli dei dosaggi e, soprattutto, cercare di non mettere a rischio la salute delle persone che faranno il bagno.
In realtà è molto più complicato spiegare che non provarci e spesso molti dubbi nascono dall'aver letto "sull'internet" tutto e il contrario di tutto.
Se poi siamo diventati proprietari di una piscina fuoriterra e l'abbiamo comprata online piuttosto che in un supermercato dove non siamo stati informati di ciò che ci sarebbe servito e degli inconvenienti possibili, allora la festa è cominciata!
E' però necessario comprendere alcuni principi fondamentali, senza i quali qualunque intervento in piscina diventa estremamente rischioso. Non date mai retta a chi vi dice "io ho sempre fatto così e non è mai successo nulla", oppure a quelli che banalizzano tutto perchè non capiscono nemmeno le basi (da scuola media) della chimica e della microbiologia.
No, non è necessario avere una laurea, queste competenze base sono alla portata di tutti.
Se compriamo una pentola e leggiamo qualche ricetta su internet, non diventeremo mai provetti cuochi in un lampo, occorrerrà provare più e più volte, per arrivare a comprendere piano piano quello che succede e affinare le nostre competenze. Fino a dove dipende dalla passione e dal desiderio di imparare.
Ma veniamo a queste benedette pastiglie multifunzione che risolvono ogni problema e che dopo averne messa uno o due vi lasceranno tranquilli in relax a godervi la vostra piscina.
Purtroppo non è vero.
Pastiglie 5 azioni, anzi no, 10 azioni, anzi no, 12 azioni + 1! Ormai sono tantissime le scelte...
Mi spiace per quanti dicono io uso "XYZ" e funziona alla grande, oppure: compra "WDQ" e in un lampo sarà tutto a posto.
Vi dicono niente le pubblicità di creme miracolose o le pozioni "scioglipancia" o "via la cellute in 2 settimane" che stranamente appaiono su tutti i canali di comunicazione poco prima dell'inizio dell'estate?
Ecco, le pastiglie multifunzione sono simili, ci illudono che possiamo risolvere facilmente quel problema che ci mette ansia o quel lavoro che non vogliamo fare.
Quindi non servono a niente?
Non si può affermare questo, perchè comunque contengono prodotti utili alla piscina, di solito il cloro, poi dell'acido che abbasserà il valore del pH, qualcuna contiene del flocculante (che però non DEVE essere utilizzato con i filtri a cartuccia) poi dell'antialga, ecc, ecc.
Il problema è che non è detto (anzi, quasi mai) che il bilanciamento tra i prodotti sia quello giusto, soprattutto che sia adatto in quello specifico momento nella tua piscina.
Inltre, per quale ragione immettiamo prodotti in piscina che probabilmente non servono?
Quindi devo "impazzire" per star dietro alla piscina?
No, non serve impazzire, ma occorre prendersi un pò di tempo per capire come muoversi in modo giusto, soprattutto occorre decidere di informarsi e non di affidarsi al primo che passa (si, spesso chi scrive nei vari social è ancora meno del primo che passa...).
Se possibile, rivolgetevi ad un rivenditore esperto in prodotti per piscine vicino a casa vostra, se invece non c'è nessuno, per prima cosa potete scaricarvie leggere il nostro Manuale per la manutenzione delle piscine.
Che cosa devo fare per mantenere al meglio la mia piscina?
Non sono molte le cose di cui occuparsi costantememente, ma queste vanno fatte e anche bene, altrimenti i problemi e le sorprese spiacevoli saranno tante.
All'inzio sembrano tante operazioni complicate, ma si tratta di abitudini, man mano che passa il tempo ti accorgerai che sono semplici e imparerai a conoscere meglio il comportamento della tua piscina e riuscirai a prevenire pittosto che curare.
In ultimo, si, la piscina è un impegno. Se non vuoi o non puoi dedicargli del tempo dovrai incaricare un manutentore, non puoi trascurarla.
Questo impegno viene però ampiamente compensato dall'avere un luogo dove passare ore con le persone più care in relax e amicizia.
In tutti i manuali per il trattamento chimico dell’acqua di piscina oltre che nell’allegato A dell’ Atto di Intesa Stato/Regioni ancora oggi alla base delle normative sul trattamento acqua delle piscine, viene indicato un valore di pH ammesso in acqua compreso tra 7.2 e 7.6 .
Ma per quale ragione è stato stabilito questo valore così preciso e specifico?
Il motivo fondamentale nasce dalla reazione chimica che avviene in acqua quando si immette il cloro (con poche differenze a seconda del tipo di cloro, compreso l’ipoclorito prodotto con l’elettrolisi).
Senza entrare in dettagli complessi che potranno essere approfonditi su specifici testi di chimica, accade che a contatto con l’acqua il cloro (acido ipocloroso (HClO)) a seconda del pH forma ioni idrogeno (H+) e ioni Ipocloroso (ClO-). La differenza fra questi composti è che, pur essendo tutti disinfettanti, lo ione ipocloroso è 100 volte più lento nell’azione rispetto all’acido ipocloroso.
Facciamo un esempio: con una concentrazione di cloro libero di 0,8 e un pH di 7.2 occorrono circa 30 secondi per uccidere lo Stafilococcus Aureus (uno dei tanti patogeni che si sviluppano nell’acqua di piscina), con la stessa concentrazione di cloro ma con un pH di 8.2 occorrono 3.000 secondi, cioè 50 minuti!
La seguente tabella illustra meglio come si comporta il cloro con il variare del pH.

Come già detto, tutto il cloro è disinfettante e ossidante, ma per avere il giusto compromesso fra cloro ad azione rapida e cloro ad azione più lenta (50% per entrambi) è necessario mantenere il valore del pH fra 7.2 e 7.6.
Non si deve dimenticare che quando una molecola di cloro agisce per “ossidarne” un’altra, sparisce, cioè si consuma, e deve essercene un’altra per compiere altro lavoro. Sembra banale, ma spesso ci si domanda per quale motivo occorre continuamente misurare i parametri.
Non si può sapere a priori quanto cloro si possa realmente consumare in una piscina, perché dipende dalla quantità di materia organica debba essere ossidata.
Il sudore delle persone, le creme solari, lo sporco che le persone introducono in acqua (ecco il motivo per cui si consiglia sempre la doccia prima di entrare in piscina), quello portato dal vento, dagli insetti, dai pollini, dalle foglie, ed infine quello che si accumula dentro il filtro se non viene pulito spesso, sono la causa del consumo di cloro.
Non regolare il pH, nella maggior parte delle acque italiane che sono alcaline, significa rischiare di non avere sufficiente rapidità di disinfezione e quindi scarsa efficacia dell’azione del cloro rischiando di far sviluppare patogeni anche molto pericolosi per le persone.
Ecco perché è sempre il primo parametro da regolare in una piscina, solo successivamente si interviene con i trattamenti a base di cloro.
Va precisato che gli impianti ad elettrolisi (cioè di produzione in loco di cloro per mezzo dell’acqua salata) proprio per le reazioni chimiche che sviluppano, tendono a far salire costantemente il pH. Senza la regolazione automatica del pH, oppure senza un controllo e correzione giornaliera del parametro, rischiano di essere inefficaci. Inoltre, proprio perché è stato installato un automatismo (parziale) ci si può illudere che tutto sia a posto, quando invece si corrono più rischi che con un dosaggio manuale.
Ma allora non converrebbe tenere sempre il pH più basso in modo che si sviluppi soprattutto acido ipocloroso?
No. E le ragioni sono due.
La prima è che un valore di pH troppo acido è poco tollerato dalla nostra pelle, per cui si possono manifestare pruriti e bruciori (soprattutto agli occhi) e altri fastidi. La seconda è che l’acido ipocloroso è poco resistente ai raggi solari e si consuma rapidamente rischiando di mantenere un valore troppo basso in acqua.
Per questo è importante un buon equilibrio fra i due composti, per cui il pH regolato fra 7.2 e 7.6 è da tutti gli studi in questa materia considerato l’ideale.
Il pH non l’ho mai regolato e la piscina è sempre stata perfetta…
Anche questa è una frase che sento spesso, insieme a tanti altri consigli basati sulla semplice esperienza del “a me non è mai successo”.
Ma questo è un atteggiamento corretto? Certamente no, e vale su tutto.
La chimica dell’acqua è una scienza e come tutte le altre può essere messa in discussione solo con metodo scientifico, non sul sentito dire o sul “ho sempre fatto così”.
Che cosa può accadere se il cloro (o qualunque altro disinfettante) non è sufficiente nella mia piscina?
Senza alcuna finalità di terrorismo, le conseguenza di una scorretta disinfezione sono purtroppo numerose. Alcuni studi, che riguardano le piscine pubbliche, sono sono disponibili sul sito del Ministero della Salute, ma quanto accade nelle piscine private è molto più difficile da documentare.
Tuttavia, studi scientifici anche interbnazionali dimostrano quali sono i microrganismi che possono svilupparsi in un’acqua non trattata, questi sono alla base delle profilassi delle acque potabili, ma lo stesso accade nell’acqua di una piscina.
Nella tabella di seguito elenchiamo i microrganismi più comuni.
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MICRORGANISMI CHE POSSONO ESSERE PRESENTI IN PISCINA (in mancanza di controlli chimici corretti) |
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Descrizione |
Effetti sulle persone |
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Batteri |
Stafilococchi (batteri) |
Eritemi e infezioni varie della pelle, otiti |
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Streptococchi |
Tonsilliti, reumatismi, nefriti |
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Escherichia – Salmonelle - Sighelle |
Enteriti, tifo, paratifo, dissenterie in caso di ingestione |
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Pseudomonas Aeruginosa |
Congiuntiviti, otiti, follicolite |
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Chlamydia Trachomatis |
Uretrite cervico-vaginale, congiuntivite |
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Meningococchi |
Meningite (molto rara) |
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Legionella Pneumophila |
Infezioni polmonari |
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Virus |
Papone virus |
Verruche |
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Pox-virus |
Verruche |
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Adenovirus |
Faringiti, congiuntiviti |
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Coxsackie |
Meningiti, raffreddori, febbri intestinali, miocardite |
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Funghi |
Tricophiton |
Per la maggior parte sono tutti responsabili di infezioni pruriginose (pelle e interno dita di piedi e mani) dermatiti, scolorimento e macchie della pelle. |
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Microsporon |
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Epidermophiton |
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Candida Albicans |
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Oltre a quanto descritto sopra, possono svilupparsi anche Protozoi (causano vaginiti, irritazioni interno coscia, dissenteria). |
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Come arrivano questi microrganismi in piscina?
Non si formano da soli, occorre un vettore che li porti, e i più comuni possono essere: aria che trasporta spore e funghi, persone con patologie, deiezioni di uccelli oppure ancora topi o altri animali selvatici che si avvicinano alla piscina per bere, oltre ad eventuali riempimenti con acque già inquinate (corsi d’acqua, pozzi, ecc.).
Per chiarezza, tutti gli esseri umani hanno normalmente difese immunitarie in grado di contrastare la maggior parte di questi rischi, tuttavia molto dipende anche dal tempo di contatto e dalle condizioni di salute delle persone. Fatica, stress, età, sono tutti fattori che vanno sempre tenuti in considerazione.
Anche in casi meno gravi va sempre ricordato che si può trattare di conseguenze fastidiose e spesso molto lunghe da curare.
Ecco spiegato il motivo per cui è necessario che ci si prenda cura costantemente della piscina, si mantengano sempre i parametri chimici nei valori corretti e si esegua una regolare e adeguata manutenzione agli impianti, in particolare i filtri.
Molto spesso si pensa che il problema fondamentale nel trattamento dell’acqua di piscina sia la disinfezione, trascurando il controllo e la regolazione di altri parametri che hanno invece una importanza enorme, soprattutto nell’equilibrio chimico e, di conseguenza, nell’efficacia o meno dei trattamenti di disinfezione.
In piscine con importanti volumi di acqua, cioè dai 30 metri cubi in su, soprattutto in quelle in cui c’è un rapporto mc/bagnanti superiore a 10 (significa un bagnante ogni 10 metri cubi di acqua), i primi valori da misurare in acqua sono l’alcalinità, la durezza e il pH.
Spesso viene trascurato, anche da operatori di piscine esperti, ma è un parametro fondamentale, al pari del pH.
Pur non influendo sulla qualità batteriologica dell’acqua, ha grande importanza nella manutenzione dei filtri, nella torbidità dell’acqua e nelle corrosioni o incrostazioni sulle pareti e sugli accessori ed infine sulla stabilizzazione del pH.
Normalmente è la causa all’origine della difficoltà a regolare il valore di pH, che tende a salire continuamente nonostante trattamenti ripetuti per abbassarlo.
Quando l’alcalinità è troppo elevata (fenomeno molto diffuso sul territorio italiano) si verificano incrostazioni di calcio o magnesio sulle pareti della piscina, sugli accessori, nella sabbia contenuta nei filtri. Non è raro riscontrare una elevata ruvidità al tatto sui rivestimenti della piscina, così come è comune ritrovare blocchi compatti (come fossero grossi sassi) all’interno dei filtri.
Quando invece l’alcalinità è troppo bassa, soprattutto nelle piscine rivestite con mosaici, piastrelle o malte cementizie, si verificano corrosioni, fino ad arrivare al distacco delle piastrelle.
Un corretto valore di alcalinità corrisponde a circa 100 mg/litro (o ppm, cioè parti per milione).
La correzione si effettua mediante l’impiego di acido secco, aggiungendo la quantità necessaria per compensare lo squilibrio, in un unico intervento.
Per abbassare l’alcalinità (situazione più frequente), occorre aggiungere 2 Kg di acido secco (bisolfato sodico) ogni 100 mc di acqua per diminuire il valore di 10 ppm.
Tradotto in modo più semplice, se il valore ottimale è 100, dovremo sottrarre questo valore da quello che abbiamo misurato in acqua. Ad esempio, abbiamo misurato una durezza di 250, quindi procediamo con (250 – 100 = 150).
Significa che dovremo ridurre di 150 ppm il valore di alcalinità.
Supponiamo di avere una vasca con 40 mc di acqua, procediamo con il calcolo ricordando che per abbassare di 10 ppm il valore in 100 mc di acqua dovremo aggiungere 2 Kg di acido secco, quindi: (150:10 = 15) e quindi 15 X 2 = 30 Kg (ma questo è il valore per una vasca di 100 metri cubi, mentre la nostra di esempio è 40 mc) per cui 30 Kg : 100 = 0,3 Kg e quindi 0,3 Kg X 40 = 12 Kg.
Nella seguente tabella illustriamo alcuni dosaggi già calcolati nel caso venga impiegato il “bisolfato di sodio” (acido secco) in una vasca da 10 metri cubi:
I valori calcolati sono comunque sempre indicativi, perchè altri fattori possono più o meno modificare il risultato finale. Tuttavia, una volta eseguita l’operazione, e trascorse 24 ore con impianto sempre in filtrazione o ricircolo, l’alcalinità dovrà nuovamente essere misurata.
Quando il valore misurato si sarà avvicinato a 100, potremo passare al semplice controllo del pH per affinare la correzione.
Una volta corretto il valore dell’alcalinità, questo rimarrà sostanzialmente stabile, fino a che non si dovranno aggiungere importanti quantità di acqua, oppure non si sia proceduto alla sua sostituzione stagionale.
Ripetiamo che il parametro dell’alcalinità è il primo da controllare ed eventualmente correggere, prima ancora di procedere all’aggiustamento del pH.
In alcuni casi, se il valore di alcalinità che misuriamo è abbastanza vicino a quello corretto (appunto 100 ppm) possiamo anche procedere direttamente con la correzione del pH, ma osserveremo che dopo aver effettuato il primo intervento, nei giorni successivi il valore risalirà nuovamente, e questo si ripeterà numerose volte fino a che, magari dopo parecchi giorni, si stabilizzerà. Questo accade perché invece di aggiungere immediatamente la quantità di acido necessario per correggere l’alcalinità, avremo seguito la strada delle “piccole dosi” inseguendo il valore del pH.
Viene definita così la concentrazione totale di degli ioni di calcio e di magnesio.
Nel linguaggio comune, sappiamo che quando definiamo un’acqua “dura” intendiamo affermare che ha un’alta concentrazione di calcio, e pensiamo subito alle conseguenze, come ad esempio le incrostazioni che questa provoca nei rubinetti di casa o nelle docce. Viene espressa in ppm (parti per milione) o, più comunemente, in “gradi francesi”. Per la precisione, 10 ppm di durezza corrispondono a 1 grado francese (il simbolo è °F).
La durezza è misurata allo stesso modo dell’alcalinità, in ppm, ed è anche determinata sostanzialmente dallo stesso elemento (il calcio) anche se per la precisione, la durezza è causata anche dal magnesio e da altri elementi anche se solitamente in quantità molto basse (ferro, alluminio, stronzio, zinco, ecc.).
In conclusione, se di solito l’alcalinità ha valori e contenuti simili alla durezza, possono presentarsi casi in cui la durezza totale è maggiore all’alcalinità proprio a causa delle presenta degli altri elementi indicati in precedenza.
Un valore corretto di durezza si avrà con 30-40 °F (oppure 20-28 °F se fosse causata esclusivamente dal calcio).
Con valori più bassi, può verificarsi un fenomeno di “assorbimento” di calcio dalle pareti della piscina (quando fossero rivestite in piastrelle, mosaico o intonacature varie), provocando distacchi e corrosioni.
Con valori troppo alti, come già detto, si avranno fenomeni di incrostazione anche molto grave, in particolare nella sabbia del filtro, ma non è raro che accada anche sui rivestimenti e sugli accessori in vasca.
La correzione del valore di durezza si effettua in modo similare all’alcalinità, anche se vengono utilizzati più sovente prodotti definiti “chelanti” in altri casi anche “sequestranti”, hanno sostanzialmente il compito di impedire la precipitazione del calcio in cristalli, causa dei problemi citati prima.
Si definisce con questa sigla la concentrazione degli ioni idrogeno disciolti e il suo valore va da 1 a 14.
Il valore 7 si definisce “neutro”, con valori da 7.01 a 14 si definisce “alcalino” e con valori da 6.99 a 1 si definisce acido. E’ un parametro fondamentale nella gestione delle acque di piscina, perché dal suo valore dipende l’efficacia dei trattamenti chimici e la gradevolezza della balneazione.Valori troppo acidi possono provocare corrosioni, mentre valori troppo basici provocano incrostazioni.La nostra pelle ha pH situato intorno a 6.0 – 7.0 (dipende dalle zone del corpo), quindi tendente all’acido.
E’ evidente che l’acqua con pH il più vicino possibile a questi valori risulta molto gradevole alla balneazione, ma è necessario modificarlo a valori compresi fra 7.2 e 7.6 per poter garantire un corretto effetto delle sostanze disinfettanti (in particolare del cloro) ed evitare i fenomeni corrosivi o di incrostazione detti prima.
L’ acqua di piscina deve avere quindi un pH compreso fra 7.2 e 7.6 (previsto anche dalle norme di legge riferite alle piscine ad uso pubblico).
Il valore del pH è influenzato da numerosi fattori: le persone che si immergono, i trattamenti chimici che effettuiamo, agenti esterni che si depositano nell’acqua (pollini, foglie, smog, ecc.), le creme abbronzanti, e molto altro ancora. Il suo valore cambia costantemente ed è necessario un continuo controllo e l’eventuale correzione, con prodotti adatti: un riduttore di pH (si tratta di acidi stabilizzati e poco pericolosi) quando questo tende ad aumentare (il caso più frequente) o un incrementatore di pH (prodotti basici), quando tende a salire.
Per ridurre di 0.1 il valore di pH occorre aggiungere 10 grammi a mc di riduttore di pH, mentre per aumentare di 0.1 il valore di pH occorre aggiungere 10 grammi a mc di incrementatore.
Per esempio, se la piscina ha un volume di acqua di 50 mc e il PH che abbiamo misurato è di 8.0, per portarlo a 7.4 (valore intermedio fra 7.2 e 7.6) dovremo aggiungere 60 grammi di riduttore ogni mc, quindi un totale di 3 Kg di correttore (0.6 x 10 = 60; 60 x 50 = 3000 grammi).
Se la vasca ha una capacità superiore a 50 metri cubi, prima di tutto si dovrà però misurare l’alcalinità e, quando questa supera il valore di 100 ppm, provvedere a correggere questo parametro per primo, altrimenti i nostri aggiustamenti di pH saranno poco o per nulla efficaci.
La misura del pH si effettua con uno strumento chiamato pHmetro, ma è frequente, nell’ambito delle piscine, il metodo che impiega pastiglie di reagente e modifica il colore dell’acqua, per poi effettuare la lettura con comparatori ottici manuali oppure con un fotometro.
La miglior soluzione, se stiamo usando un granulare, è mettere la dose in un secchio ed aggiungere acqua miscelando, infine, aggiungerlo direttamente in vasca.
Versare il granulare direttamente dentro lo skimmer non è una buona idea, spesso le concentrazioni che si possono raggiungere (stiamo parlando di acidi forti) possono provocare disincrostazioni nelle tubazioni o nel filtro, con il risultato che potremmo immettere in vasca acqua sporca.
Gli strumenti analisi che si possono utilizzare per misurare il pH, siano essi gli economici kit a pastiglie fino ad arrivare anche ai fotometri professionali, hanno sempre una tolleranza di misurazione.
Viene anche definito “margine di errore” ed è assolutamente normale e per ciascuno strumento deve essere dichiarato dal produttore.
Spesso accade che la tolleranza dello strumento sia addirittura superiore al range di misurazione, un po’ come accadrebbe se con una bilancia tarata per misurare chilogrammi, pretendessi di misurare dei grammi.
Quindi, accertatevi prima di queste tolleranze e ripete più volte le misurazioni in modo da poter compensare al meglio gli errori di misura.
Siamo arrivati in piena stagione, all’apparenza tutto andava bene ma ci siamo accorti che il valore del pH tende a scendere (al di sotto di 7.1) e l’acqua sta diventando verde.
Questo è uno degli argomenti che più spesso ricorre nel forum a partire dalla metà di luglio…
L’acido isocianurico è un componente presente nei formulati più diffusi per la disinfezione dell’acqua di piscina: il Dicloro ed il Tricloro.
Il cloro (elemento disinfettante presente nel Dicloro e nel Tricloro) è facilmente attaccabile dai raggi ultravioletti, dai quali viene degradato e reso inefficace, per questo motivo già da molti anni viene “aiutato” dagli isocianurati, o acido isocianurico, composto che migliora la stabilità del cloro, rendendolo più persistente.
Questa sua capacità diventa però anche il suo punto debole, perchè si accumula nell’acqua della piscina, aumenta gradualmente la concentrazione di isocianurato fino al punto che, essendo una molecola organica, il cloro lo attacca, neutralizzandosi. Per comprenderlo meglio possiamo dire che il cloro “crede” che sia presente in acqua materia organica da distruggere e fa il suo lavoro, fino al punto di non riuscire più a compiere il suo dovere verso gli inquinanti presenti in acqua.
Ci accorgiamo che la qualità dell’acqua peggiora, magari cominciamo a vedere alghe che si sviluppano, allora misuriamo con il nostro test kit e rileviamo valori di cloro molto alti solitamente con un valore di pH molto basso… che sta succedendo?
Semplicemente si è accumulato troppo stabilizzante, fino al punto di rendere inefficace il cloro.
Purtroppo non c’è altro modo di eliminare l’acido isocianurico se non cambiando l’acqua (per diluirne la concentrazione), perchè non esistono prodotti in grado di distruggerlo.
Vediamo nel dettaglio che cosa accade e in quanto tempo può verificarsi questo fenomeno.

Il Dicloro (composto in polvere con concentrazione al 56 o 63% di cloro attivo) viene normalmente utilizzato per le clorazioni d’urto, quando si ha bisogno di ristabilire velocemente la giusta quantità di disinfettante in acqua, oppure con più regolarità ogni 15 – 20 giorni, per essere certi di distruggere tutti i composti organici presenti in piscina.

Il Tricloro (composto normalmente in pastiglioni da 200 o 500 grammi, con concentrazione di cloro al 90%),tricloro in pastiglioni è utilizzato per apportare la quantità giornaliera di fabbisogno di cloro. I pastiglioni vengono inseriti negli skimmer oppure in appositi dosatori, e si sciolgono lentamente, di solito si reintegrano settimanalmente.
La quantità di acido isocianurico che contengono questi prodotti è la seguente:
(a secondo del produttore questi dati possono variare leggermente).
A titolo di esempio, supponiamo di dover trattare una piscina da 50 mc di acqua (ma il calcolo vale per qualunque capacità). La regola generale ci dice che dovremo utilizzare circa 750 grammi di Dicloro ogni 15 giorni circa, e 3-4 pastiglioni da 200 grammi di Tricloro ogni settimana. Secondo i dati di concentrazione citati in precedenza, possiamo quindi dire che ogni settimana introdurremo, oltre al cloro, anche 610 grammi di acido isocianurico, che rapportati alla capacità dei 50 mc, equivalgono ad una quantità di 12,20 grammi a mc.
Per semplificare abbiamo sviluppato i calcoli e redatto la seguente tabella:
| TABELLA APPORTO DI ACIDO ISOCIANURICO | |||
| SETTIMANA | QUANTITA’ TOTALE RIFERITA A 50 MC (grammi totali) |
QUANTITA’ RIFERITA A MC (grammi/mc) |
NOTE |
| 1° settimana | 610 | 12,20 | |
| 2° settimana | 1.220 | 24,40 | |
| 3° settimana | 1.830 | 36,60 | (1) |
| 4° settimana | 2.440 | 48,80 | |
| 5° settimana | 3.050 | 61,00 | |
| 6° settimana | 3.660 | 73,20 | |
| 7° settimana | 4.270 | 85,40 | (2) |
| 8° settimana | 4.880 | 97,20 | |
| 9° settimana | 5.490 | 109,80 | |
| 10° settimana | 6.100 | 122,00 |
I valori di concentrazione di acido isocianurico consigliati sono di circa 35 grammi/mc, mentre il valore massimo (stabilito dalla tabella A, allegato Accordo Stato-Regioni) deve essere inferiore a 75 grammi/mc.
Come si evidenzia, già alla 3° settimana (1) avremo raggiunto la concentrazione ideale, mentre alla 7° settimana (2) di uso di Dicloro e Tricloro, abbiamo superato il valore massimo ammesso dall’accordo.
Più semplicemente, nel giro di 4 o 5 settimane dall’inizio del trattamento a base di Dicloro e Tricloro, cominceremo ad avere una concentrazione di acido isocianurico troppo alta, e la disinfezione non avrà più l’efficacia necessaria. I segnali più evidenti, saranno la tendenza a formazione di alghe, a partire dai punti dove la circolazione dell’acqua è minore, un abbassamento del pH (a volte con valori inferiori a 6 – 6,5).
La prima reazione sarà quella di cominciare ad utilizzare un antialga di sostegno, ma avrà un effetto poco duraturo.
Va comunque precisato che i valori indicati sono teorici, perchè non tengono conto di alcune variabili, come ad esempio l’evaporazione e i controlavaggi per i filtri, due situazioni che ci portano ad aggiungere acqua in piscina e quindi a diluire la concentrazione.
Senza dubbio il primo effetto è l’inefficacia della disinfezione, che è già un fatto rilevante e da correggere con urgenza.
Non si hanno evidenze di danni alle persone, e non si sa esattamente con quale concentrazione si possano provocare, anche perchè già la perdita progressiva di efficacia di disinfezione è motivo sufficiente per non proseguire nell’aggiunta di altro acido!
Una concentrazione elevata, provoca senza dubbio danni al rivestimento, soprattutto se permane per lungo tempo e soprattutto su rivestimenti in PVC (Liner a sacco o PVC armato), li rende più rigidi e fragili, in alcuni casi si tagliano con facilità con il solo uso della scopa aspirafango.
I comuni kit test che sono normalmente dati in dotazione alla piscina, non sono in grado di misurare l’acido isocianurico, occorre un kit apposito e, di solito, il vostro fornitore abituale dovrebbe esserne provvisto.
E’ possibile prelevare un campione dell’acqua e portarlo presso un rivenditore specializzato per farsi eseguire una misurazione, solitamente i più professionali offrono questo tipo di servizio.
Come abbiamo già detto, l’acido isocianurico non si può eliminare chimicamente, ne con altri sistemi se non la sua diluizione con aggiunta di acqua nuova e non trattata.
E’ inevitabile che, più o meno lentamente, questo composto si accumuli e cominci a procurarci guai.
E’ possibile rallentare il fenomeno utilizzando alcune accortezze:
A titolo di esempio, supponiamo che la concentrazione di acido isocianurico nella nostra piscina di 50 mc, sia di 100. Quanta acqua è necessario sostituire per riportare il valore a quanto indicato come ottimale (35 g/mc)? 37,5 mc!
Sembra quasi incredibile, ma saremo obbligati a sostituire circa il 70% della nostra acqua… con gli inevitabili costi.
Ricaviamo una formula per semplificare il calcolo, ed individuiamo i parametri da prendere in considerazione:
La formula è la seguente:

Per cui, riprendendo l’esempio della piscina da 50 mc, dove misuriamo un valore di acido isocianurico pari a 100, avremo:
Vs = ((100 – 35) x 50)/100
quindi sviluppando: (75 x 50)/100 che diventa 3.750/100 per cui il valore ricavato diventa 37,50 mc
Quindi, il volume dell’acqua da sostituire con acqua nuova, sarà di 37,5 mc.
Sempre sviluppando la formula, possiamo anche stabilire che se il valore della concentrazione di acido isocianurico nella nostra piscina supera di cento volte il valore desiderato, non conviene la sostituzione parziale dell’acqua, ma lo svuotamento completo. Questo perchè il volume dell’acqua da sostituire per diluire la concentrazione supera la capacità complessiva della piscina!
Ripetiamo che queste indicazioni sono da intendersi in senso generale, in quanto altri fattori influenzano la reale concentrazione di acido isocianurico nella piscina, a partire dalla profondità, passando per la qualità del ricircolo, ecc.
Tra i vari metodi esistenti per automatizzare il trattamento chimico in piscina, in questi ultimi anni si stanno affermando anche in Italia i sistemi ad elettrolisi.
Vengono nominati in tanti modi: clorinatori, elettrolizzatori, disinfezione a sale, salinizzatori… la definizione corretta è: impianto di elettrolisi salina.
Al contrario di quanto spesso si sente dire, la disinfezione avviene sempre con l’impiego di cloro, il sale che si mette in acqua serve solo a permettere di sviluppare la reazione chimica che produrrà cloro gas.

Il principio è relativamente semplice. Una scarica elettrica generata da piastre metalliche produce una reazione di scomposizione del cloruro di sodio presente in acqua, e libera cloro gas che si trasforma in acqua in ipoclorito di sodio, il quale svolge funzione ossidante e disinfettante.
Quindi, stiamo sempre utilizzando il cloro per la disinfezione, ma lo produciamo sul posto, senza quindi acquistarlo a parte e immetterlo in vasca.
Sono stato volutamente molto semplice nella descrizione, però qui si vuole esclusivamente illustrare il principio, senza pretendere di dilungarci in spiegazioni troppo tecniche.
Vediamo ora quali sono i componenti più importanti. Come si può vedere dalle foto, sono sostanzialmente 2: una centralina elettronica e una cella che contiene gli elettrodi.
Le celle, che sono formate da lamelle in metallo rivestite in materiali molto pregiati e costosi (titanio e rutenio) per nominarne alcuni, sono fra di loro distanziate, in modo che l’acqua possa passare in mezzo. Ogni cella avrà una carica elettrica positiva o negativa, in modo da generare il campo magnetico e produrre cloro gas.
Il contenitore delle celle è spesso trasparente, proprio per poter “vedere” la produzione di cloro gas, che si manifesta in bollicine effervescenti.
Qui vediamo la prima questione: è la dimensione e la qualità delle celle che determina quanto cloro gas potranno produrre. Già, perché il campo elettrico generato è più o meno potente a seconda delle dimensioni delle celle.
Ogni tipo di cella potrà quindi arrivare ad una determinata produzione massima.
La quantità di sale che si immette in acqua, varia dai 2 ai 5 grammi litro (molto lontana dalla salinità dell’acqua di mare che è variabile fra i 25 e i 35 grammi/litro).
Con una cella di una specifica dimensione, anche se raddoppiassi la quantità di sale che metto in acqua le celle elettrolitiche produrrebbero sempre la stessa quantità di cloro gas (ma ci sarebbero altri effetti secondari). Quindi, per variare la produzione massima, posso solo variare la dimensione delle celle.
La centralina elettronica, nei modelli professionali, dà la possibilità di regolare la produzione oraria.
Questo aspetto permette di poter impostare una corretta produzione di cloro a seconda delle esigenze. Sempre però partendo dalla massima produzione che permettono le celle.
Quindi, diventa abbastanza evidente che, la scelta della dimensione delle celle, o più semplicemente la capacità di produzione dell’impianto di elettrolisi, è il fattore più importante al momento dell’acquisto.
Potrò infatti sempre ridurre percentualmente la produzione, ma non potrò mai aumentare la produzione massima determinata dalla dimensione delle celle di elettrolisi.
Ci sono apparecchi di elettrolisi che hanno necessità di una concentrazione più alta di contenuto di sale nell’acqua (dal 4 al 5%) ed altre che producono cloro già con concentrazione di 1,5 – 2%.
Quale è la differenza e perché scegliere una soluzione rispetto ad un’altra?
In linea di massima possiamo dire che per produrre la stessa quantità di cloro con una concentrazione minore di sale è necessaria una superficie di contatto (dimensione delle celle) più grande.
Semplificando, se per produrre 10 gr/ora di cloro con una concentrazione del 5% di sale ho bisogno di una superficie di contatto delle celle di 10 cmq, per produrre la stessa quantità di cloro con una concentrazione salina del 2,5% mi servirà una superficie di contatto di 20 cmq.
Cella più grande, costo più elevato…
Allora perché dovrei scegliere una elettrolisi Low Salt?
In Italia, lo scarico delle piscine (non solo per lo svuotamento, ma anche per il controlavaggio del filtro) è considerato al pari di uno scarico domestico.
Questo significa che l’acqua di scarico deve rispettare determinati requisiti, in particolare non può superare una salinità superiore al 2%.
Ciò significa che se in piscina avessi una concentrazione superiore a quanto stabilito dalla norma, non posso scaricare in fognatura, ma è necessario trattare l’acqua prima dello scarico.
La riduzione della concentrazione di sali è possibile solo con la diluizione e ciò significherebbe uno spreco enorme di acqua.
Perché interessarsi di questo problema?
Perché uno scarico non conforme equivale ad uno scarico abusivo e la denuncia è penale.
Sono infatti sempre di più i comuni che direttamente o attraverso altri organismi pubblici (Arpal, carabinieri forestali, ecc.) effettuano controlli.
In molti casi la il permesso a costruire è subordinato alla dichiarazione della qualità degli scarichi.
Può sembrare una domanda banale, ma vi assicuro che è una delle più frequenti che ci vengono rivolte…

Allora lo riveliamo: il sale è sempre cloruro di sodio!
Si, il sale da cucina che usiamo tutti i giorni. Sale rosa dell’Himalaya, sale di saline siciliane o di quelle bretoni, sale di miniera o salgemma, sale grosso, fino, naturale o in pastiglie (quelle dei depuratori). E’ sempre e solo cloruro di sodio!
Quindi che cosa verificare per scegliere il prodotto più adatto alla elettrolisi? Semplicemente che sia il più puro possibile, cioè non contenga argille (come il sale rosa dell’Himalaya) o altre impurità che sporcherebbero l’acqua.
Si, anche il sale deve rispondere ad alcune normative che riguardano le piscine, in quanto viene considerato un “precursore di disinfettante”. Ma niente paura, si tratta di una verifica burocratica e che non modifica in alcun modo quanto abbiamo affermato: il sale adatto per una piscina con impianto ad elettrolisi è il cloruro di sodio.
Per la precisione vi informo che esistono in commercio alcuni tipi di sali “speciali” per piscina. La particolarità sta solo nel fatto che contengono anche dello stabilizzante (acido isocianurico o isocianurato). Non è indispensabile questo tipo di prodotto, perché comunque immetteremo in vasca una quantità di stabilizzante sufficiente quando faremo la clorazione shock di avvio, indispensabile anche quando si utilizzi un sistema automatico di elettrolisi.

Purtroppo no, insieme ai vantaggi ci sono anche numerosi svantaggi.
La scelta di un sistema automatico di disinfezione non è semplice, e si devono tenere in conto tanti fattori diversi per ciascuna piscina e per ciascun utilizzo. Non esiste una soluzione “magica” e unica, ma esiste la soluzione ad un problema specifico.
Chi vi dice che va tutto bene e che una cosa equivale all’altra, non vi sta dicendo la verità ed è probabilmente un tecnico inesperto.
Per esempio, se la vostra piscina ha una capacità di 20 mc e la frequentate regolarmente in due adulti, l’elettrolisi del sale può essere una buona scelta. Ma se la stessa piscina fosse frequentata da una famiglia numerosa, magari con due o tre figli e magari nel weekend anche dai loro amichetti, allora l’elettrolisi del sale può essere una pessima scelta.
Perché?
Perché l’impianto di elettrolisi ha una produzione costante (una volta regolato correttamente) e non va bene quando la frequentazione di una piscina è elevata e soprattutto incostante nel tempo. Ci saranno momenti nei quali la produzione sarà eccessiva ed altri nei quali sarà totalmente insufficiente.
Uno dei principali inconvenienti che si verificano quando aumentiamo la salinità dell’acqua (aggiungendo il sale necessario per produrre il cloro), è l’aumento della conducibilità dell’acqua, e quindi l’aumento della possibilità di generare corrosione galvanica.
Per spiegarlo in modo molto semplice (non si arrabbino i tecnici…), tutte le tensioni elettriche che possono essere presenti nella piscina (si pensi alla illuminazione, all’elettrolisi, ecc.) pur non essendo rischiosi per le persone, in realtà sono dannosissime per tutte le parti metalliche presenti in piscina, compresi eventuali accessori inox.
Quindi, in presenza di acqua salata anche minimamente, il problema non sta tanto nella corrosione indotta dal sale, quanto al fatto che si aumentano le tensioni “vaganti” in piscina. Questo problema è molto conosciuto in ambiente marino, dove eliche, motori e chiglie delle barche devono essere opportunamente protette.

Per i motivi esposti sopra, la buona installazione di un sistema ad elettrolisi, deve prevedere sempre l’inserimento di “anodi sacrificali” cioè punti specifici sui quali si scaricheranno le tensioni vaganti evitando la corrosione di altre parti.
Questi anodi devono poi essere collegati a terra, evitando di utilizzare la stessa messa a terra dell’abitazione, ma realizzandone uno specifica.
Questa accortezza indispensabile vale ancora di più nel caso di piscine con pannellature in acciaio o struttura metalliche, molto più sensibili al problema rispetto alle tradizionali piscine costruite in calcestruzzo.
Va infine ricordato che questi anodi devono essere controllati ed eventualmente sostituiti tutti gli anni.
Per svolgere correttamente le manutenzioni, si consiglia sempre il montaggio della camera con gli elettrodi con un by-pass sulla tubazione principale in uscita dal filtro. Il motivo è appunto quello di poter isolare questa parte per smontaggi o manutenzioni.
La manutenzione ordinaria di questi impianti prevede il controllo e quindi una pulizia delle celle almeno alla fine di ogni stagione, ma in alcuni casi, quando la presenza di calcio o altri minerali presenti in acqua fosse elevata, può anche essere mensile.
Le celle che contengono gli elettrodi sono normalmente trasparenti, la ragione è appunto quella di verificare la produzione (si vede una “effervescenza” dell’acqua) e la condizione delle incrostazioni presenti sulle lamine. Con l’aumentare delle incrostazioni si riduce notevolmente il campo magnetico e quindi la produzione di cloro.
I modelli più recenti, hanno la possibilità di “inversione di polarità”, cioè periodicamente la centralina varia la polarità delle lamine (+ o -) per ridurre appunto il fenomeno dell’incrostazione.
La pulizia delle celle elettrolitiche è abbastanza semplice, si dovranno smontare e immergere in una soluzione acida (va benissimo per esempio una soluzione di pH-) per alcune ore.
Quando poi la temperatura dell’acqua della piscina scenderà al di sotto dei 12°C, è consigliabile spegnere l’elettrolisi e isolare il sistema con il by-pass. Il motivo è che a basse temperature si deteriorano molto in fretta gli elettrodi, inoltre al di sotto dei 12°C l’attività batterica è praticamente ferma e quindi è inutile fare trattamenti.
In questi ultimi anni alcune aziende hanno cominciato a produrre sistemi di elettrolisi a basso costo per piscine economiche fuoriterra.
Funzionano?
Dipende.
In alcuni casi possono essere sufficienti, se ben dimensionati, se utilizzati in vasche con bassa frequenza di persone, se vengono regolarmente controllati e regolati i parametri chimici (pH e cloro).
Nella maggioranza dei casi però questo genere di vasche vengono sfruttate oltre ogni limite, cioè con un numero di persone eccessivo rispetto alle possibilità. Diventa quindi evidente che la produzione di cloro sarà totalmente insufficiente o almeno troppo “altalenante” per garantire un bagno salutare e privo di rischi.
Il problema principale è che utilizzare un sistema automatico per una piscina porta ad abbassare l’attenzione e il controllo, pensando che tutto funzioni a dovere. Ma spesso non è così, e ci si rende conto del problema solo quando è troppo tardi.
Inoltre, normalmente le piscine fuoriterra sono sostenute da strutture in metallo, il quale non ha subito trattamenti specifici per resistere alla salinità.
Infine, spesso le installazioni fatte nelle piscine fuoriterra non tengono in considerazione le attenzioni necessarie per una protezione dalle corrosioni galvaniche o le messe a terra.
L’elettrolisi dovrebbe sostituire o integrare il trattamento chimico di una piscina. Il trattamento chimico non serve ad avere “l’acqua bella” ma a proteggere la salute dei bagnanti, garantendo una pronta sanificazione e protezione da virus e batteri, non si deve mai sottovalutare questo aspetto, le conseguenze sono purtroppo molto spesso gravi.
In tutti i manuali viene indicato che il pH è il primo valore da regolare e stabilizzare, tutti gli “esperti” di settore affermano che il pH dell’acqua della piscina deve essere regolato fra 7.1 e 7.6, le normative in vigore che indicano i parametri dell’acqua (obbligatorie nelle piscine ad uso pubblico) le rendono un punto fondamentale.
Perché?
Quali sono le ragioni per cui questo fattore è così importante?
Il motivo fondamentale nasce dalla reazione chimica che avviene in acqua quando si immette il cloro (con poche differenze a seconda del tipo di cloro, compreso l’ipoclorito prodotto con l’elettrolisi).
Senza entrare in dettagli complessi che potranno essere approfonditi su specifici testi di chimica, possiamo affermare che a contatto con l’acqua il cloro (acido ipocloroso (HClO)) a seconda del pH forma ioni idrogeno (H+) e ioni Ipocloroso (ClO-).
La differenza fra questi composti è che, pur essendo tutti disinfettanti, lo ione ipocloroso è 100 volte più lento nell’azione rispetto all’acido ipocloroso.
Facciamo un esempio: con una concentrazione di cloro libero di 0,8 e un pH di 7.2 occorrono circa 30 secondi per uccidere lo Stafilococcus Aureus (uno dei tanti patogeni che possono svilupparsi nell’acqua di piscina), con la stessa concentrazione di cloro ma con un pH di 8.2 occorrono 3.000 secondi, cioè 50 minuti!

Come già detto, tutto il cloro è disinfettante e ossidante (reagisce e “mangia” la materia organica), ma per avere il giusto compromesso fra cloro ad azione rapida e cloro ad azione più lenta (50% per entrambi) è necessario mantenere il valore del pH fra 7.2 e 7.6.
Non si deve dimenticare che quando una molecola di cloro agisce per “ossidarne” un’altra, sparisce, cioè si consuma, e deve essercene un’altra per compiere altro lavoro. Sembra banale, ma spesso ci si domanda per quale motivo occorre continuamente misurare i parametri.
Non si può sapere a priori quanto cloro si possa realmente consumare in una piscina, perché dipende dalla quantità di materia organica debba essere ossidata.
Il sudore delle persone, le creme solari, lo sporco che le persone introducono in acqua (ecco il motivo per cui si consiglia sempre la doccia prima di entrare in piscina), quello portato dal vento, dagli insetti, dai pollini, dalle foglie, ed infine quello che si accumula dentro il filtro se non viene pulito spesso, sono la causa del consumo di cloro. Inoltre il cloro è facilmente degradato dai raggi UV del sole. Per questa ultima ragione occorre che in acqua sia presenta un certa percentuale di stabilizzante, ma di questo parleremo in un altro articolo.
Non regolare il pH, nella maggior parte delle acque italiane che sono alcaline, significa non avere sufficiente rapidità di disinfezione e quindi scarsa efficacia dell’azione del cloro rischiando di far sviluppare patogeni anche molto pericolosi per le persone.
Ecco perché è sempre il primo parametro da regolare in una piscina, solo successivamente si interviene con i trattamenti a base di cloro.
Va precisato che gli impianti ad elettrolisi (cioè di produzione in loco di cloro per mezzo dell’acqua salata) proprio per le reazioni chimiche che sviluppano, tendono a far salire costantemente il pH. Senza la regolazione automatica del pH, oppure senza un controllo e correzione giornaliera del parametro, rischiano di essere inefficaci. Inoltre, proprio perché è stato installato un automatismo (parziale) ci si può illudere che tutto sia a posto, quando invece si corrono più rischi che con un dosaggio manuale.
No. E le ragioni sono due.
La prima è che un valore di pH troppo acido è poco tollerato dalla nostra pelle, per cui si possono manifestare pruriti e bruciori (soprattutto agli occhi) e altri fastidi.
La seconda è che l’acido ipocloroso è poco resistente ai raggi solari e si consuma rapidamente rischiando di mantenere un valore troppo basso in acqua.
Per questo è importante un buon equilibrio fra i due composti, per cui il pH regolato fra 7.2 e 7.6 è da tutti gli studi in questa materia considerato l’ideale.
Anche questa è una frase che sento spesso, insieme a tanti altri consigli basati sulla semplice esperienza del “a me non è mai successo”.
Ma questo è un atteggiamento corretto? Certamente no, e vale su tutto.
La chimica dell’acqua è una scienza quindi una affermazione e di conseguenza una regola si deve basare su osservazioni e prove specifiche e ripetibili, non sul sentito dire o sul “ho sempre fatto così”.
Le conseguenze di un pH non regolato, sono molto numerose.
Con un pH troppo elevato possono verificarsi incrostazioni sulle pareti della piscina, precipitati che rendono l’acqua torbida e lattiginosa, “l’impaccamento” dei filtri a sabbia, cioè la solidificazione in blocchi della sabbia e la conseguente scarsa filtrazione, l’incrostazione nelle tubazioni, l’inefficienza delle piastre dei sistemi di elettrolisi.
Con un pH troppo basso, si possono corrodere marmi e bordi vasca, distaccare piastrelle e mosaici, aumentare i rischi di corrosioni galvaniche, irritazione di pelle e occhi.
Spesso si ricorre ad aggiungere prodotti chimici per risolvere problemi, quando invece basterebbe un controllo e una correzione del pH.
Le soluzioni ai problemi che possono verificarsi in piscina non possono e non devono essere improvvisate o basate sul sentito dire o sul consiglio di uno sconosciuto su internet.
Se ne avete voglia e passione, studiate! Se invece non è questo ciò che volete rivolgetevi sempre ad un professionista.