In questi ultimi mesi siamo soffocati da telegiornali e giornali che continuano a spiegarci che sta incombendo una crisi economica mai vista prima, rendendoci tutti molto preoccupati e sempre più incerti sul futuro che ci attende.

Chiunque, cerca di comprendere quali potrebbero essere le conseguenze che lo riguarderanno, in uno scenario incerto e confuso.

Neanche noi conosciamo la reale portatata di ciò che ci attende, anche perchè diffidiamo da ricette facili e risolutive.

Ma una considerazione ci sentiamo di farla, ed è che siamo convinti che tutto quello che è accaduto proviene da una dimenticanza e da una presunzione. Dimenticanza di mettere il lavoro al centro, di pensare al lavoro come il mezzo per costruire la persona. Il lavoro è da tempo considerato solo come un intervallo necessario alla sopravvivenza tra un week end e l'altro, e non più come lo strumento essenziale per rispondere alle esigenze (non solo materiali) della persona. Il lavoro è considerato un male necessario per potersi procurare il denaro. Ma la vita sta da un'altra parte, la vita è il "tempo libero".

Ne è derivata una mentalità approssimativa, del "tanto è lo stesso", che ha contribuito a squalificare, a togliere senso all'opera dell'uomo. L'unico criterio rimasto è il profitto, a qualunque costo, tanto che si è basata una economia mondiale solo sulla carta, inventando giochetti che costruivano ricchezze sul nulla.
Presunzione di credere che si possa vivere senza costruire, cioè che si possa sostituire la realtà con i desideri da raggiungere a qualunque costo senza alcuna fatica. Così che chi invece ha dedicato la sua esistenza a costruire la propria opera (anche attraverso il lavoro) è deriso e squalificato, perchè non ha seguito la strada più facile.
Non vogliamo fare discorsi troppo complicati, ma siamo convinti che sia necessario recuperare il senso del lavoro, le ragioni per cui vale la pena, come abbiamo scritto nella introduzione alla presentazione della nostra azienda, con le parole di C. Peguy:
"Un tempo gli operai non erano servi. Lavoravano. Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore. La gamba di una sedia doveva essere ben fatta. Era naturale, era inteso. Era un primato. Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in modo proporzionale al salario. Non doveva essere ben fatta per il padrone, né per gli imprenditori, né per i clienti del padrone. Doveva essere fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura. Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza, una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia fosse ben fatta."

Allora, anche senza avere ricette, siamo convinti che guardare al lavoro con l'intensità che esprime Peguy, sia l'unica possibilità di sopportare anche i periodi difficili.
Riprendere in mano il senso di ciò che facciamo e le ragioni per cui lo facciamo è l'unica risorsa efficace per ricominciare a camminare.
Questo riguarda tutti: gli imprenditori per primi che devono reimparare a mettere la persona al centro dell'attività, e i dipendenti, che devono realizzare l'opera attraverso il loro lavoro.
A nessuno viene risparmiata la responsabilità, nessuno deve attendere inerme il futuro.
Riprendiamo coscienza che solo il lavoro ben fatto costruisce qualcosa che dura nel tempo, solo la passione per ciò che si fa permette di soffrire e camminare in mezzo alle difficoltà.
Ma la passione è possibile solo se si è coscienti che il lavoro di ciascuno, anche il più insignificante (in apparenza), contribuisce alla costruzione della cattedrale.